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L'HIV in Italia: l’epidemia continua a crescere tra le donne

il 44,3% di tutte le nuove diagnosi di infezione da HIV si registra tra le immigrate. C'è bisogno di nuovi approcci al nostro lavoro all’interno della comunità che tengano in considerazione l’adeguatezza culturale e che ci permettano di offrire sostegno anche alle donne che sono più marginalizzate, dice Silvia Petretti.

Silvia Petretti
20 July 2012

In Italia, come in molti altri paesi europei, raramente si parla di HIV. Se se ne parla, ci si riferisce a quello che succede nei ‘paesi stranieri’, in Africa, lontano da noi, nonostante che all’interno dei nostri confini ci siano più di 148.000 persone che convivono con il virus e che più di un terzo siano donne. In questo articolo vorrei parlarvi dell'effetto che l’HIV ha avuto su di me come donna italiana; mi ripropongo anche di esaminare gli sforzi che le persone sieropositive italiane stanno facendo per creare un ambiente che sia culturalmente e politicamente più di sostegno per coloro che, come me, convivono quotidianamente con l’HIV.

Sono stata diagnosticata sieropositiva in Italia nel 1997, pochi giorni prima del mio trentesimo compleanno. “Perché io? Perché io?” era la domanda che mi rimbalzava nella testa. Era per me terribilmente difficile riuscire a comprendere quello che mi era successo. Ero terrorizzata e piena di vergogna. Mi ci vollero mesi per riuscire ad avere la forza di parlarne con la mia migliore amica. Tanto era il potere dello stigma associato all’HIV. E purtroppo è ancora così per molte donne che vengono diagnosti­cate anche oggi.

A livello internazionale si parla molto spesso di come l'ingiustizia di genere e le norme culturali rispetto ai ruoli di genere rendano le donne vulnerabili all’HIV, ma raramente se ne parla in Europa.  Personalmente ritengo che questo contesto sociale e culturale abbia avuto molto a che fare con il perché io sia diventata sieropositiva proprio in Italia. Quando ero ancora molto giovane mi sono dovuta confrontare con molte emozioni negative quali la depressione e un'autostima molto bassa. Mi difendevo facendo uso di droghe e costruendomi una facciata ‘dura’ che usavo per proteggermi e, in qualche modo, per maneggiare le mie emozioni più difficili. Non è stato però direttamente attraverso l’uso di droghe che mi sono presa l’HIV, bensì grazie alle norme culturali e sociali del mio paese che hanno amplificato la mia vulnerabilità.

Ero andata all’università, venivo da una famiglia di sinistra, mia madre era una femminista. In teoria, avrei dovuto avere tutte le informazioni e le capacità di evitare questa tragedia. Crescere in un paese cattolico con una forte struttura patriarcale significava però che il movimento delle donne era riuscito ad ottenere  un impatto solo superficiale. Donne che ricoprono ruoli di potere sono rare ancora ai giorni nostri. Le femministe come mia madre avevano sì combattuto per il diritto alla contracce­zione, all’aborto e al divorzio, ma nonostante questo, per le ragazzine, negli anni '80, lo ‘status’, il prestigio, il potere, erano ancora  fortemente influenzati dall’avere il ragazzo e essere sottomesse a figure maschili. La premessa era che dovevamo essere ‘liberate ‘ e sessualmente disponibili. Ma, specialmente per una donna giovane, non era facile procurarsi i profilattici. Erano disponibili solo in farmacia, ed era imbarazzante doverli chiedere di fronte a tutta la gente che era in coda per acqui­stare le proprie medicine. Se si provava  a proporre il preservativo al proprio compagno si incontrava resistenza: venivi considerata una puttana o semplicemente una che rovinava il piacere del sesso. Non si poteva vincere.  Non avevamo nessun modo per proteggerci che potesse essere proposto e controllato dalle donne;  i preservativi femminili non esistevano ancora, o io non ne avevo  mai sentito parlare. Purtroppo, mi sembra che non sia cambiato molto per le giovani di oggi, rese oggetti sessuali da una età ancor più giovane e  che vivono in un paese dove gli exploit sessuali del nostro ex primo ministro con donne giovanissime hanno impiegato moltissimo tempo a creare il presupposto per le sue dimissioni; nonostante tutto, c’è ancora molta gente che lo giustifica.

Dopo la mia diagnosi, non mi fu mai offerto nessun tipo di supporto sociale o di informazione sull'HIV. I servizi sociali sono virtualmente inesistenti in Italia e nei momenti di crisi ci si aspetta che sia la famiglia la tua fonte fondamentale di sostegno. Questo lascia ovviamente molte persone terribilmente isolate, poiché per molti può essere veramente difficile discutere di HIV all’interno della propria famiglia. Per me era impossibile dato che mia madre era morta e mio padre aveva una forma di demenza avanzata. Come sono sopravvissuta? Me ne sono dovuta andare… Sono fuggita a Londra, dove finalmente cominciai a frequentare gruppi di auto-aiuto di donne sieropositive presso Positively Women (ora Positively UK). Poco alla volta,  mi sono sempre più coinvolta con l’organizzazione  e, nel 2001, ho cominciato a lavorarci a tempo pieno, soprattutto con donne che usano droghe e donne in prigione. Cominciai  a fare un lavoro sempre più politicizzato e diventai un membro della Comunità Internazionale delle Donne che Convivono con l’HIV (International Community of Women Living with HIV - ICW). Nel 2004, con Carmen Tarrades e Fiona Pettit, le quali lavoravano negli uffici dell'ICW a Londra,  fondammo il primo network di donne sieropositive nel Regno Unito, PozFem UK, con l’obiettivo di sviluppare la capacità delle donne che convivono con l’HIV di influenzare decisioni politiche e media, nonché promuovere i nostri diritti.

Nel 2005 decisi di  rivelare pubblicamente che convivo con l’HIV:  ero giunta alla conclusione che il personale era Politico, con la P maiuscola.  Pensavo che essere aperta riguardo la mia sieropositività potesse rendere il mio lavoro di promuovere i diritti delle donne che convivono con l’HIV più efficace e che servisse anche a mettere più decisamente in discussione i pregiudizi contro le donne che convivono con l’HIV. Sono dolorosamente cosciente che rivelare la propria sieropositività sia ancora impossibile per molte donne; spesso, infatti, queste hanno un sostegno molto limitato e devono proteggere le persone che amano dallo stigma e dalla discriminazione.

Negli anni successivi cominciai a partecipare sempre più spesso a conferenze internazionali; parlavo di PozFem e del nostro successo nello sviluppare la capacità delle donne sieropositive ad uscire dall’isolamento della diagnosi di HIV,  la capacità di essere pienamente coinvolte e di influenzare le decisioni che ci riguardano. Un giorno, alla fine di una presentazione, fui avvicinata da Margherita Errico, l'attuale Presidente del Network Persone Sieropositive (NPS) in Italia. Si congratulò con me per la mia presentazione, ma mi criticò anche “Tu sei scappata…Ma non tutti possono…La situazione è ancora molto  dura….Ma ci stiamo organizzando”. Attraverso Margherita ho cominciato ad entrare in contatto con altre persone che convivono con l’HIV in Italia. L'NPS si è molto battuto sia per offrire maggiori informazioni sul trattamento medico alle persone sieropositive, sia sulle tematiche dei diritti, nonché per ottenere  influenza sulle decisioni politiche. L’anno scorso, in occasione della Conferenza Internazionale dell'AIDS che si tenne a Roma,  siamo riuscite ad organizzare varie sessioni sui diritti sessuali e riproduttivi delle donne che convivono con l’HIV. NPS, WECARE+ ( il network di donne sieropositive del­l’Europa e dell’Asia Centrale) e il network Athena si unirono per condividere  le esperienze di progetti che stanno avendo un impatto positivo, e anche per discutere cosa ancor doveva cambiare per assicurarsi che i nostri diritti sessuali e riproduttivi venissero rispettati in tutto il mondo. Durante una di queste riunioni, Rosaria Iardino, una delle leader fondatrici di NPS, denunciò come le persone sieropositive italiane affrontano ancora terribili abusi, spesso i loro desideri di essere genitori non vengono rispettati e a volte alcune donne sieropositive vengono persino spinte ad abortire.

Quali sono gli ostacoli che ci rimangono da affrontare? “L’epidemia continua a crescere tra le donne, il 44,3% di tutte le nuove diagnosi si registra tra le immigrate. C'è bisogno di nuovi approcci al nostro lavoro all’interno della comunità che tengano in considerazione l’adeguatezza culturale e che ci permettano di offrire sostegno anche alle donne che sono più marginalizzate.” afferma Margherita Errico. Come questo possa avvenire nello sfacelo economico dell'Europa meridionale è un mistero. Certamente non è una priorità del governo italiano il quale, anche a livello internazionale, ha mancato di onorare le promesse finanziare fatte al Fondo Globale per la Lotta contro l'AIDS, la Malaria e la Tubercolosi.

Una delle poche cose positive,  in parte dovuta alla  nuova integrazione dell'NPS con la comunità globale di attivismo incentrato sulle donne, consiste nella partecipa­zione dell'NPS al progetto europeo SHE (Strong, HIV-Positive, Empowered Women) sponsorizzato dalla Bristol-Myers Squibb, il quale ha prodotto un manuale di auto-aiuto per le donne che convivono con l’HIV in contesti ospedalieri. Il manuale è stato prodotto da un collettivo di donne che convivono con l’HIV e da altri attivisti  del Regno Unito, e prevede delle strutture per facilitare sessioni di gruppo sulle molte problematiche psicologiche e sociali che le donne che convivono con l’HIV devono affrontare, quali la diagnosi, come iniziare e mantenere relazioni amorose, come avere un buon dialogo con le persone che lavorano nelle strutture sanitarie, etc.  Da notare che il manuale offre anche un capitolo su come comprendere e usare la legislazione in merito ai diritti umani, al fine di promuovere i propri diritti e influenzare la politica e i servizi che condizionano le donne sieropositive.  La versione italiana del sito SHE è sul web a partire da fine giugno; mi auguro che rappresenterà una utile risorse per migliorare l’accesso al supporto necessario per le donne sieropositivo, e uno strumento utile per sviluppare la capacità di promuovere i diritti umani delle donne che convivono con l’HIV.

 

Expose the ‘dark money’ bankrolling our politics

US Christian ‘fundamentalists’, some linked to Donald Trump and Steve Bannon, have poured at least $50m of ‘dark money’ into Europe over the past decade.

That's just the tip of the iceberg: we've got many more leads to chase down find out more and support our work here. 

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