Un’anno fa, ho scritto un articolo intitolato ‘L'unica persona nera nella stanza’. Si, nera. Non abbiamo una parola italiana per marrone – beh, c’è l’abbiamo, è marrone, ma non si può dire che una persona è marrone. Qui in Italia, le persone non bianche sono o neri o di colore. Questo articolo parlava principalmente della mia esperienza di chi vive, lavora e parla in stanze piene di gente bianca.
Come giornalista, da tempo scrivevo di italiani figli di genitori immigrati (le cosiddette ‘seconde generazioni’), identità e migrazione, ma quel pezzo è stato un punto di svolta per me. Penso che sia stato il primo articolo a descrivere il razzismo dilagante nella società italiana: non si trattava solo di gente che rigurgitava parole dispregiative, aggrediva le persone, o sosteneva che i migranti dovrebbero morire nel Mediterraneo. Non era solo un razzismo che potevi vedere, era un razzismo che potevi sentire.
L’ho sperimentato io stessa in stanze piene di intellettuali italiani dove ero l’unica persona di colore; quando mi è stato chiesto di commentare sugli attacchi terroristici di Pasqua in Sri Lanka nel 2019, su un canale televisivo nazionale, non avevano trucco appropriato per la mia pelle; quando sono tornata a casa una sera e ho acceso la TV e ho capito che non c’erano personaggi che mi somigliassero.