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Regole ‘assurde’ ostacolano l’accesso all’aborto durante COVID-19

Abortire è legale in Italia da oltre quarant’anni, ma secondo le linee guida le IVG farmacologiche sono accessibili solo negli ospedali, in questo momento travolti dalla pandemia. English

Francesca Visser
6 April 2020
Operatori sanitari davanti all'ospedale Monaldi a Napoli, Italia, Marzo 2020
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Foto: Paolo Manzo/NurPhoto

Proprio mentre le infezioni da coronavirus si espandono nel nord Italia, Lisa* si rende conto di essere incinta. Quasi cinquantenne, con due bambini, un lavoro precario e problemi di salute: “Purtroppo mi sono accorta di essere incinta inaspettatamente, soprattutto alla mia età”.

Lisa decide di ricorrere all’aborto, pratica che in Italia è legale da quando lei era bambina, ma che ancora oggi rimane difficilmente accessibile persino in tempi “normali”. Molti medici si rifiutano di prestare il servizio e, al contrario di altre nazioni europee, gli aborti farmacologici sono disponibili solo in ospedale, e solo fino alla settima settimana di gravidanza.

L’esperienza di Lisa dello scorso febbraio, descritta in una dettagliata lettera mandata a LAIGA (Libera Associazione Italiana Ginecologi per l'applicazione della legge 194/78) e condivisa con openDemocracy, era un segnale di ciò che si prospettava per le donne a livello nazionale.

La gravidanza di Lisa, essendo nelle prime settimane, si sarebbe potuta terminare con un paio di pillole. Ma in quei giorni, prima che iniziassero le misure restrittive in tutta Italia, molti comuni dell’area di Lodi, la sua città, erano già stati messi in isolamento. Secondo un gruppo di attiviste per diritti delle donne, l’ospedale aveva già preso misure drastiche: aveva sospeso gli aborti farmacologici e convertito in chirurgici quelli già programmati.

Lisa si trovava quindi davanti due opzioni: proseguire una gravidanza indesiderata o iniziare un’odissea nel tentativo di trovare un altro ospedale in cui l’accesso ai servizi fosse ancora garantito. La donna sceglie la seconda strada, e inizia a chiamare altri ospedali nella sua regione, ma viene respinta sia da quelli in aree con un numero di casi maggiore, a causa dell’emergenza, sia da strutture in zone con tassi di infezione minori, per via della sua provenienza da Lodi.

È solo dopo giorni di chiamate e rifiuti che Lisa trova finalmente un ospedale pronto ad accettarla. Da quel momento, attiviste per i diritti delle donne hanno denunciato che diversi ospedali in tutto il paese hanno sospeso gli aborti farmacologici. Altre strutture sono state trasformate nei cosiddetti ‘ospedali COVID’ e hanno sospeso tutti gli altri interventi chirurgici, inclusi i servizi di interruzione volontaria di gravidanza (IVG).

Il gruppo ultra-conservatore ProVita e Famiglia ha cavalcato l'onda per lanciare una petizione online, chiedendo di bloccare tutti i servizi IVG a livello nazionale dichiarando: “Durante la pandemia, l’aborto non è un servizio essenziale”.

Regolamenti “assurdi”

Anna Pompili, ginecologa e co-fondatrice di AMICA, un gruppo di medici pro-choice, ha dichiarato a openDemocracy a febbraio che “l’attuale emergenza sta riducendo le possibilità di abortire in particolare nel nord Italia.”

Da allora, ginecologi in altre regioni hanno notato tendenze simili. Dall’Umbria Marina Toschi, ginecologa dell’Associazione AGITE (Associazione Ginecologi Territoriali) ha spiegato a openDemocracy che gli aborti farmacologici sono stati sospesi in numerosi strutture “per evitare molteplici accessi all’ospedale”.

Un problema chiave, sostengono attivisti ed esperti, sono le linee di indirizzo sull’IVG previste dal Ministero della Salute, che richiedono che le pillole abortive siano somministrate in ospedale. Solo in una minoranza di strutture questa procedura può avvenire in day hospital, che comporta comunque un minimo di tre visite.

Toschi ha criticato questi regolamenti, definendoli un “protocollo inventato e assurdo” e ha detto che l’attuale emergenza ha amplificato ostacoli già da tempo esistenti nell’accedere all’aborto farmacologico.

“Dovremmo in ogni modo evitare qualsiasi intervento chirurgico non necessario”

In vari paesi d’Europa, l’aborto farmacologico è disponibile fino alla nona settimana di gravidanza, in conformità con le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità; in Italia, invece, l'ultima data possibile è due settimane prima.

Secondo l’ultimo dossier ministeriale con i dati del 2017, solo il 18% degli aborti in Italia è avvenuto con metodo farmacologico, il resto sono stati aborti chirurgici. (In confronto l’aborto farmacologico rappresenta il 97% delle IVG in Finlandia, il 75% in Svizzera, e il 68% in Francia).

“Dovremmo evitare in ogni modo qualsiasi intervento chirurgico non necessario”, dice Toschi. “In questo momento siamo silenziati dalle notizie costanti di nuove morti… ma tutto ciò che chiediamo è di aiutare a svuotare le sale operatorie per lasciarle alle cose più serie”.

“Misure di emergenza” in risposta al COVID-19, insiste Dunja Mijatović, commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, non dovrebbero compromettere l’accesso a “servizi di salute riproduttiva essenziali e urgenti come quelli di IVG”.

Neil Datta, segretario del forum parlamentare europeo sui diritti sessuali e riproduttivi ha aggiunto: “È assurdo che alle donne in Italia venga negato l’accesso all’aborto farmacologico solo perché ci si attiene ancora a regole burocratiche obsolete”.

“Altri paesi,” commenta, “non richiedono che le donne si rechino negli ospedali occupando tempo prezioso dello staff medico”. Secondo Datta, i governi devono assicurare l’accesso ai servizi IVG adesso, “perché queste donne non possono aspettare fino alla fine della pandemia”.

Venerdì scorso la rete pro-choice RICA (rete italiana contraccezione e aborto) ha inviato una lettera indirizzata al Ministero della Salute, come racconta Sara Martelli, tra i membri della rete. I firmatari chiedono “misure urgenti” che assicurino l’accesso all’aborto durante COVID-19, tra cui la possibilità di ottenere l'IVG farmacologica fino a nove settimane, ridurre al minimo gli accessi in ospedale e consentire la pratica dell’aborto farmacologico in telemedicina.

“Queste donne non possono aspettare fino alla fine della pandemia”

In Italia, attiviste del progetto Obiezione Respinta, che monitora i servizi IVG, ci hanno raccontato che nelle ultime settimane hanno ricevuto segnalazioni di accesso ai servizi sempre più limitato da Nord a Sud del paese.

Nel mezzo della pandemia, queste attiviste hanno creato un canale su Telegram per condividere informazioni sui servizi ancora disponibili. Secondo Obiezione Respinta “l’emergenza coronavirus ha peggiorato ancora di più la situazione”.

Protesta per il diritto all'aborto | Foto: NurPhoto/NurPhoto/PA Images

Tra le donne che hanno contattato il gruppo nelle ultime settimane, c’è anche Maria* da Napoli. Ha raccontato che ha dovuto lottare per accedere ai servizi e che, incinta di sette settimane, ha trascorso l’ultimo giorno utile prima del lockdown generale “a tentare di contattare telefonicamente consultori e ospedali invano”.

Ci sono volute tre settimane per trovare un ospedale che accettasse Maria, che si considera “fortunata” per aver potuto usufruire di un servizio di prenotazione telefonica attivato durante l'emergenza. In condizioni normali, sarebbe dovuta andare di persona per mettersi in coda ed ottenere la visita.

“Se gli aborti farmacologici fossero disponibili nei consultori, si potrebbe diminuire l’attuale carico degli ospedali”, sostiene Tiziana Antonucci, vice presidente dell’associazione non-profit AIED (Associazione Italiana per l’Educazione Demografica).

In passato, tentativi di rendere accessibile l’aborto farmacologico al di fuori di ospedali sono stati ripetutamente respinti, in particolare da politici di destra e movimenti anti-scelta, incluso il gruppo ProVita.

In Francia il Collegio Nazionale di Ostetrici e Ginecologi ha chiesto di consentire consulenze da remoto e aborti farmacologici in casa durante la pandemia. In Inghilterra il governo ha recentemente approvato la somministrazione di pillole abortive in casa.

In Italia, invece, la SIGO (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia) finora ha soltanto rilasciato delle raccomandazioni su gravidanze, parto e allattamento durante l’emergenza coronavirus.

“È un silenzio assordante che non ci fa onore,” ha dichiarato Anna Pompili, ginecologa e co-fondatrice di AMICA, gruppo di medici pro-choice, “i diritti umani non possono essere messi da parte in tempi di emergenza”.

* I nomi sono stati cambiati per rispetto della privacy.

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